1950 - ANCORA SULLA XXV BIENNALE DI VENEZIA

 

Il neorealismo di Broglio, Sciltian, Donghi e l’opposto astrattismo.

Essi sono, assieme a Fasan, Ziveri, Meschi, Francalancia, gli unici artisti che hanno per lo stanco e sfiduciato visitatore “ comune “ una convincente parola di conforto e di sollievo.

 

            Ogni artista che sia tale, che abbia da dire qualcosa di nuovo in arte, che senta il bisogno di creare, incontra sempre lungo il suo spinoso cammino, uno, dieci, cento discepoli più o meno artisticamente fedeli che si allontanano o si avvicinano, a seconda delle particolari circostanze, cercando sempre di mascherare la discendenza dal maestro quando non ostentare addirittura indifferenza e disprezzo per quell’arte dalla quale…e che diamine, non discendono, e che è soltanto il critico miope a non avvedersi che sono invece degli originali, di quelli che si esprimono con voci e termini propri, che hanno insomma un turbine di idee nella testa e altrove, da lanciare fresche ed originali in tutte le direzioni.

            Ad esempio, se ci provassimo a chiedere a Sciltian, ci direbbe rotondamente di non sapere chi è Broglio, di sconoscerlo totalmente, di non aver mai sentito parlare di lui né veduto sue opere, né d’essersi accorto della sua presenza alla Biennale , lì, a due passi da lui. Se poi ci provassimo a chiedere a lui o ad altri chi sia De Chirico, ci sentiamo rispondere con meraviglia di non sapere veramente chi sia.

            Eppure a noi sembra che Sciltian sia partito dal poco noto Broglio ( chi può dire di aver visto con frequenza Broglio nelle esposizioni? ) percorrendo dopo un suo cammino, specie nel colore e nella perfettibilità delle piccole impercettibili cose, ritratte con certosina precisione da superare i più pedanti fiamminghi.

            Poniamo attenzione a non confondere quella che chiamiamo “ certosina precisione “ con solidità di gusto, succo, sostanza e materia proprie fiamminghe.

            Prima di addentrarci nel dedalo delle catalogazioni o definizioni dell’arte di Broglio che sono poi tutte e solo quelle che ci ha fatto conoscere senza misteri, l’emaciata, pallida e indivisibile signora Broglio, alla Biennale, incantata dell’arte del marito, religiosa ordinatrice della sala, chiediamoci cosa ne pensano di Broglio, Donghi, Sciltian, Francalancia, Fasan, Viveri ed altri astrattisti o astratto-confusionisti o inespressivi camuffasti, imbrattatori senza capo né coda?

            Certamente che Broglio, Donghi, Sciltian discendenti non sono artisti ma fotografi; che quella non è arte né pittura, perché l’arte e la pittura è invece quella distratta fatta senza pensarci o rifletterci e senza altri intingoli e avvolpacchiate scemenze, che alla Biennale , a forza di ammettere democraticamente ( e c’entra la democrazia con l’arte? ) tutte le tendenze, va accettando, scoraggiando gli artisti veri, cose oggi e sempre impossibili ( a meno che non cambi il mondo e il genere umano non sia letteralmente rimpiazzato col “ genere ?“  dei dischi volanti )  a danno dei veri artisti che lavorano con impegno per dare all’umanità intera senza limiti di spazio e di tempo un’arte del nostro tempo.

             Mi sembra aver presenti gli astrattisti esprimersi con nausea e disprezzo dinnanzi all’arte che parla invece con forme e colori, sì personali, il linguaggio universale. A parte poi che che c’è arte in qualsivoglia specie e tendenza purché prodotto dello spirito che entri nel novero dell’arte. L’astrattismo non potrà mai essere catalogato nel genere « arte », tranne eccezioni, cioè  quando cessa di essere puro astrattismo. Citiamo il caso dello scultore siciliano Cavilla che ci ha dato una « Donna dormiente » in cui l’astratto concetto ci riporta ad una superstilizzazione del corpo umano, leggibilissimo, ed anche di un certo solido gusto.

            Al fine di non ridiscutere il problema, a parte certi pregi o accordi di tonalità e colori, facili anche a conseguirsi, a noi sembra che l’astrattismo sia la via degli inetti, degli incapaci, di tutti coloro che non siano riusciti a camminare per altro verso. L’astrattismo non è il futurismo, arte sì diversa e grondante di dinamici problemi costruttivi. Molto astrattismo non si eleva neanche a livello della decorazione, la qual cosa, fatta da un artista come Severini, consegue effetti e risultati passabili e accettabili da certe categorie bisognose di nuovo e dai gusti raffinati e strambi.

            Come può essere stato disposto un nuovo acquisto di Lire duecentocinquantamila a favore dell’astrattista Vedova? Chi è costui? Gli sono stati concessi perché la commissione  preposta agli acquisti crede nella sua pittura o perché ha gridato fuori posto e fuori luogo la sera della cena Verzocchi all’Angelo?

            Per provare come non sia affatto dotato a fare dell’arte, ad ispirarne con la sua inutile chiassosa barba e lunga e arruffata zazzera, mi è bastato sentire il suo gracchiato, rauco e chioccio « evviva Verzocchi » tirato fuori, la sera della inaugurazione della « Prima Mostra del Lavoro » all’ « Ala Napoleonica » allorché fu chiamata la gentile signora Verzocchi per essere presentata al Ministro Gonella, forse per compensare il magnanimo Verzocchi delle lire centomila  elargitegli per il dipinto a soggetto « il lavoro » il cui valore è meno che nulla.

            Chi ha fatto orecchio a quel « evviva! » del nerofumista vedovo si è presto convinto che dentro quel petto non c’è nulla d’arte come nulla c’è in quasi tutti astrattisti che ingorgano malauguratamente la XXV Biennale.

            Si dia sotto all’astrattismo nel quale non  credono gli stessi confusionari astrattisti, specialmente i nostri, tra i quali se vi è qualcuno che vale, si scorge subito che non ha nulla in comune con la totalità che brancola nelle tenebre.

            Torniamo a Broglio, Donghi, Sciltian e discendenti che hanno nelle forme e nel colore qualcosa che avvince e la cui facile lettura appaga sia la persona dotta e versata che il semplice amatore.

            Il nome di Broglio è quasi sconosciuto alla contemporanea storia e critica dell’arte e bisogna farsi direttamente all’opera sua,  per che voglia conoscerne l’arte.

            Credo anzi che gli aggiornati critici abbiano timore a parlarne e, se ne parlano, lo fanno con molta cautela, per timore di passare per non competenti, non aggiornati, dato che Broglio si è fermato alla fotografia (?) e la sua pittura è soprattutto funzione, rappresentazione fedele della natura. E poi il colore, dov’è il colore in Broglio?

            Broglio avrebbe potuto risparmiarsi tanta fatica: sarebbe bastato affidarsi al fotografo…chi, che cosa? Persino un asino vedendo l’autoritratto di Broglio ha esclamato: « S’è fatta la fotografia? ».

            E voi, anticipatori di tutti gli ismi, avete mai visto in natura i soggetti di Broglio così come ce li rappresenta? E avete mai visto quel colore non colore ma materia preziosa e trasparente che ha dell’alabastro e madreperla, del cristallo opaco finissimo e dell’onice ricchi di riflessi e mille trasparenze?

            E poi l’olimpicità, la linea perfetta, il segno così rifinito come in Broglio, Donghi, Sciltian  e gli altri, dove lo trovate in natura? Tutto è trasceso con fine e grande arte, tutto è impreziosito da una tecnica e visione  creativa che trascendono il reale ed assurgono all’ideale.

            « Broglio – ci fa sapere Carlo Carrà, commissario della personale con Longhi, Morandi e Fiocco e la gentile signora Edith Broglio ch’è quella che ci parla dell’arte del marito – riprendeva ex novo i dipinti appena rientravano dalle rare mostre a cui partecipava.

            E’ quello che ci conferma la gentile signora Edith, che cioè i dipinti a Broglio sono il frutto di  enorme fatica , senza programmi o ismi, ma realizzati solo al fine di appagare il suo spirito sempre insoddisfatto e di raggiungere una maggiore perfezione di forme e finezza di colori.

            Questo è Broglio, artista cosciente che la natura vuole ritrarre trascendendola attraverso la purificazione del suo spirito creativo. Basta osservare « La roccia », « Il cavallino di cartapesta », « Rusticana », « La donna e il mare », e tutta la pittura di Broglio per convincersi come questo attento osservatore della natura trascenda il particolare trasferendo il tutto in un suo mondo di indagini dove l’oggetto della natura trova il suo artista  che lo rifinisce nella forma e nel colore perfezionando la natura stessa.

            Non dissimile da Broglio è A. Donghi dove il colore affiora però in primo piano e dove a guardare bene a fondo c’è un sottile senso di purificazione della natura, un tentativo d’ infantilire uomini e cose, riportando tutto alla stato di primitiva innocenza. E questo, in Donghi, si sente soprattutto nel colore terso, puro, pieno di accostamenti tonali caldi così limpidi da lasciare abbagliati.

 Gregorio Sciltian – giovane prestante che abbiamo scorto fermo dinanzi ai suoi quadri insieme alla ormai troppo celebre signora Brusadelli, giunta con molto rumore da Venezia – ci parla della campagna contro di lui e De Chirico, definendo istrionerie quasi tutto quello che si differenzia dalla sua pittura e dal mondo di De Chirico, suo amico e maestro e dalla larga schiera di seguaci.

            Sciltian è il pittore delle minuzie sottili, delle piccole cose ritratte con precisione, che fa prevedere l’ausilio della lente d’ingrandimento. Osservate « Angolo di pittore », dove il manichino viene animato da un suo abbigliamento e dove gli oggetti hanno una loro persistente vitalità che scintilla attraverso il colore limpido, terso, gaio.

            Broglio e Donghi, Sciltian e Fasan, Viveri, Meschi e Francalancia, sono dunque gli artisti che, dopo gli sbarramenti e gli stordimenti di quasi l’intera Biennale, hanno per lo stanco e sfiduciato visitatore « comune » una convincente parola di conforto e di sollievo.

 

 

Alfredo Entità

 

da “ Giornale dell’Isola”, Catania;   12 luglio 1950