1969 - DAL RICCI AL TIEPOLO

 

 

 

Splendida rassegna pittorica a Venezia

DUECENTO CAPOLAVORI DI TUTTO IL MONDO RIUNITI PER LA PRIMA VOLTA  A PALAZZO DUCALE

La regina d’Inghilterra ha prestato alla mostra veneziana cinque opere di Sebastiano Ricci mai prima d’ora viste in Italia

          La grande rassegna di figura – la distinzione è di comodo – del Sei e Settecento veneto inaugurata a Palazzo Ducale a Venezia, ha stupito italiani e stranieri per le scoperte e infinite sorprese che l’ambito veneziano riserva da sempre nel campo della pittura. Più di duecento capolavori dei maggiori maestri veneti di questi due secoli riuniti per la prima volta in Italia da tutto il mondo, irraggiano splendore di secoli e di colore, di luce e di forme nella superba e fastosa cornice di Palazzo Ducale. Cornice quanto mai adatta e suggestiva a tanta regalità che, sin dal 1935, con la sola interruzione del periodo bellico, ha richiamato a Venezia, con Giorgione, Tiziano, Giambellino e Carpaccio e poi coi Guardi i Vedutisti ed ora col Sei e Settecento « di figura », i maggiori studiosi e amatori d’arte di tutto il mondo, per quell’interesse che la manifestazione riveste e le revisioni propongono.

            Non v’è stata poi galleria italiana ed estera, che non abbia concesso alla patria di origine degli artisti e delle opere, i prestiti richiesti, distinguendosi in questo la Sovrana di Inghilterra che ha sempre aderito alle richieste della Regina del mare come in questa eccezionale rassegna alla quale la munifica Sovrana ha concesso ben cinque capolavori del particolare periodo a Lei caro per lo splendore di gamme coloristiche e di luce che i cinque Sebastiano Ricci, scoperta di questa immensa coralità, mai prima d’ora visti in Italia, irraggiano. Ed è forse il Ricci, più che ogni altro, l’incognita di questa mondiale rassegna, l’interrogativo pungente per quel dare ed avere scaturiti dalla sua attività in diversi centri nazionali ed esteri e gli indubbi stimoli ricevuti dall’ambiente meridionale, napoletano e romano in particolare. L’espansione dei modi del Ricci in diverse direzioni  e in distinte personalità operò positivamente nel momento di maggiore affermazione del bellunese trapiantato a Venezia, visitando operativamente Bologna, Roma, Parma, Milano, Firenze, Torino e forse anche Napoli. Ciò appare da sprazzi di luminismo post caravaggesco e riprese tematiche e di colore ovunque avvertibili nell’ampio periplo dell’opera sua, certo sollecitata dai cosiddetti tenebrosi mediati dalla rivoluzione caravaggesca, la sua fama comunque fu tale che nel 1716 venne chiamato in Francia, a Parigi, su invito di quella Accademia, fino a quando non tornò definitivamente a Venezia, nel particolare momento di appassionate ricerche e di aspirazioni operative di artisti un po’ di tutto il mondo, che nel profondo solco della sua grande tradizione artistica ambivano inserirsi.

            Riscoperta tangibile e reale recupero dunque quello del Ricci i cui rapporti illuminanti col Sei e Settecento veneto ed europeo sono così inquietanti da non risparmiare neanche l’autentico genio europeo di tutto il Sei e Settecento pittorico: Gian Battista Tiepolo.

            Ma troppo vasta la mondiale rassegna perché possa condursi una analisi ordinata su tutta la materia senza essere obbligati a tralasciare argomenti essenziali, come sarebbe arduo voler condurre in poco spazio un esame sistematico del tutto e delle parti, iniziando, dopo la novità del grande Ricci ( di Marco, qui grande assente, ci occupammo ampiamente nella rassegna bassanese del 1964 ) dall’opera meno nota ma ugualmente degna di attenzione di Gian Antonio Pellegrini il cui esame dovrà per certo assegnargli un posto preminente nel novero dei rievocatori di episodi mitologici e biblici per – Venero e lo specchio, Betsabea al Bagno, il Ritrovamento di Mosè, - ed infine il luministico « San Sebastiano curato dalle pie donne » di Monaco, che si distacca nettamente dalla produzione pellegrinesca presente alla mostra.

            Personalità meno stimolante è J. Amiconi, che meglio svela il suo temperamento nel nudo femminile del delicato repertorio mitologico e biblico affollato di figure evanescenti tutta grazia e sfumato lirismo, delicati sorrisi e dolci melanconie, mentre nella ritrattistica non mostra  felicità psicologica ed espressività – specie nella Maria Bargara di Braganza Regina di Spagna  dove il busto della grassoccia regina rinserrato nel corsetto sino all’assurdo ( è metà il volto ), altro non è che un vaso di terracotta malformato.

            Diverso tono assume il discorso per F. Bencovich tutto volto a ricerche chiaroscurali e accentuata drammaticità esasperata da un espressionismo anti lettera dagli evidenti contatti col Magnasco. Ma non  ha mai però perduto d’occhio, sin dall’esordio, il violento luminismo ed i contrasti chiaroscurali del Tintoretto, scuola aperta a tutte le correnti di due secoli di pittura integrata ed esasperata dal Caravaggio, tanto da non ignorarlo persino nelle ultimissime tele e col quale Tintoretto ha in comune il dramma religioso. Opere indicative del mediato sodalizio col Tintoretto sono « Socrate incitato ad evadere dal carcere »del Museo Brukenthal di Sibiù.

Sentiamo di dover sorvolare sulla grande personalità di G.B.Piazzetta per la celebrità che circonda la sua opera. Centro focale di particolare attenzione è la già troppo celebrata « Indovina » della Galleria dell’Accademia di Venezia e la non meno felice « Scena pastorale » del The Art Institute di Chicago. La novità di questo grande maestro costituita da un gruppo di disegni poco noti la cui spontaneità e scioltezza grafica sono tali da mozzare il respiro per l’orchestrazione espressiva e costruttiva.

            Sorpresa non serba neanche la celeberrima e contesa ritrattista Rosalba Carriera, genio del secolo per la « cipria » e gli abbigliamenti serici e i preziosi del più bel mondo femminile e regale di tutte le corti europee. Nell’ammirare le vaporose figure femminili, impeccabilmente raffinate nelle loro aristocratiche acconciature, non si sa a chi accordare le nostre preferenze per le delicate espressioni illuminate da sorrisi civettuoli appena abbozzati, per la finezza e trasparenza dell’incarnato, per il garbo e la misura ultraristocratica di ogni creatura ritratta fremente nell’apparente immobilità delle attillate toilette. Vezzi, colore e trionfo di bellezza e di vita, amore e grazia innocente e smaliziata, sono tutte magie di cui la Carriera fu abbondantemente dotata sino a fare invaghire della sua grande arte tutta l’Europa aristocratica e cortigiana. E noi, dinnanzi agli espressivi volti incipriati e « profumati » ancora della contessa Orzelska e di Caterina Barbarico dalla feluca a sghimbescio della Gemaldegaleria Alte Meister di Dresda, dinnanzi al vaporoso seno fiorito di « Giovinetta » o della nobildonna Elisabetta Argarotti della collezione Colorendo di Melz, non possiamo esimerci dal vibrare di amore con loro.

            I Guardi ( Gian Antonio e Francesco ) sono tra i Signori o maestri di « riguardo » della eccezionale rassegna, oggetto ancora di discutibili attribuzioni e definizioni delle complesse personalità, « reduci » da una grande polemica rassegna tenuta a palazzo Grassi.

            A far comunque la gloria dei Guardi bastano il « Cristo e S. Giovanni Evangelista nell’ultima cena » della Stramezzi di Cremona, attribuita a Gian Antonio e il « Miracolo di un S, Domenicano » della Kunsthistorischen Museum Gemäldegaleria di Vienna, autentico capolavoro.

            Personalità d’estremo interesse da mettere ancora a fuoco è F. Fontebasso, travagliato tra Veronese, mediato da S, Ricci e Tiepolo, tra Tavaldo, come nella… libera ripetizione di « Scena biblica di sacrificio » di Povo ( Trento ) e modi e timbrico cromatismo emiliano e bresciano. Autentico gioiello di riflessi luministici argentati e aurati è « La bambina che mangia la pappa » del Museo nazionale di Stoccolma.

            Del genio dei due secoli, G,B.Tiepolo, non giova occuparci ora; nulla aggiungeremmo alla sua universa celebrata personalità pittorica, la maggiore di tutta l’Europa e forse di tutti i continenti, tanto più che a breve scadenza vedremo riunito tutto Tiepolo ad Udine, ad opera di Aldo Rizzi.

            La grande e forse irripetibile rassegna ha lo « strano » e geniale suggello nella più che estroversa personalità del figlio di G.B.Tiepolo, Gian Domenico, tutto dedito  a « inventare » altalene di burattini e pagliacci, quasi a ridurre il mondo ad una di buffa espressione e la vita ad un ininterrotto carnevale.

            Bisogno di distinguersi, differenziarsi, di non essere inghiottito dal genio del padre e cancellato dal novero dei pittori del tempo? Curiosa e sorprendente personalità quella di Gian Domenico, che al mondo della cipria e dei codini contrappone la satira mordente dei saltimbanchi e burattini, quello delle maschere false e vere al frivolo e vacuo mondo imparruccato ed in redingote,

 intabarrato e dalle mille celie, smorfie e contumelie di due secoli di vita di dame e cicisbei incipriati, infilzati dalla satira del Goldoni e del Parini e dalla frusta del Baretti, dalle violente invettive dell’Alfini e di tutta una letteratura fiorita di motti, pungenti e taglienti sferzate.

            Il merito di tanta rassegna va per primi allo Zampetti e al dinamico stuolo di studiosi veneti nonché ai suoi instancabili collaboratori, affiancati e sostenuti da una amministrazione comunale tra le più attive e solerti d’Italia che da sempre ha saputo fare cose grandi e far « correre » a Venezia tutto il mondo di studiosi ed amatori d’arte e far convergere verso la città della Laguna il turismo di tutto il mondo, richiamato dall’interesse vivo di tante e così singolari manifestazioni.

 

Alfredo Entità

 

da  “ La Sicilia “,  Giovedì  7 Agosto 1969