1950 - HENRI ROUSSEAU ALLA XXV BIENNALE DI VENEZIA

 

           …il doganiere che a 40 anni comincia a dipingere per diletto e i cui quadri in America hanno oggi superato cique volte il costo di un Tiziano

           « Honneur a Rousseau » stava scritto su una bandiera allorché prima di morire, forse appena in tempo a dargli tanta gioia e rendergli così doveroso omaggio, tutta la Parigi artistica decretò di onorare Rousseau con un grande banchetto nello studio di Pablo Ricasso.

            La scritta non sembrerà fuor di proposito a chi, avendo la gioia di imbattersi per la prima volta nell’interessantissima personale del doganiere Rousseau, una tra le più interessanti retrospettive della XXV Biennale con quelle di Viani e Rosso, saprà gustarne l’intima e sana bellezza, non estetizzante questa volta, intensamente spirituale.

            Finirà anzi col convincersi di trovarsi dinanzi ad un autentico artista, sia pure doganiere, anche se inesperto del « mestiere » o tecnica come sarà stato delle sue prime esperienze non presenti alla XXV Mostra veneziana dove il prof. Pallucchini ha riunito il meglio del sognante viaggio poetico compiuto dal doganiere Rousseau attraverso il suo fantastico mondo degli uomini e della natura.

            Bene dunque l’« Honneur a Rousseau » decretato dagli artisti parigini nello studio di Picasso.

            Parlare in arte figurativa di poesia è significare chiaramente di non possedere sufficiente mordente a penetrare il mondo dell’arte, meno si capisce per Rousseau, dove la sua pittura prima che tecnica è arte tessuta di commossi sentimenti, poesia della più alta e tersa ispirazione, di quella che sboccia e profuma inespressa dall’animo dell’innocenza.

Rousseau è uno dei pochi se non addirittura l’unico, dove la tecnica viene in ultima analisi, irrompendo prima spontaneo e puro un mondo poetico che in nessun altro artista si rivela con tanta ispirazione e forza di rilievo. Solo col doganiere Rousseau il discorso è tutto un’altra cosa e si può liberamente parlare di primitiva poesia anziché di dotta ispirazione e di tecnica, di baluginante fantasia senza tema d’inciampare nel discorso e affermare valori traballanti.

Rousseau, semplice doganiere nella vita ufficiale ma musicista militare dicitore strumentista ecc…, vicino ai quarant’anni è assalito dall’estro o foga di dipingere, come un altro della pesca un terzo della caccia un quarto delle bocce e così via. Acquista forse con stenti, colori e tela come un altro compra esca e amo e via a dipingere senza passare attraverso maestri o botteghe di rigattieri, accademia ed altro. Va Rousseau, a dipingere tutto quello che gli cade sottomano, dinanzi al naso o sotto il mento ad anche e particolarmente tutto quello che accede la sua bambinesca fantasia, con un estro, un succo ed un gusto creativi tutti suoi, sottoposti al capriccio del momento ed alla particolare disposizione. E tutto vede con occhi imbambolati, fanciulleschi, annebbiati, tremolanti, con occhi che danno alle cose solo forme infantili, ingenue, sincere, goffe, dalla belva feroce al paesaggio, dall’albero alla coppia in carrozza, dalla famiglia di giocolieri al giardino sognante, all’albero dalle foglie e frutta grassocce e polpose che nel fondo della foresta russa addormentata nel più placido sonno.

Insomma, Rousseau, ha un suo mondo da farci discoprire e conoscere e questo mondo è quello che si cava dentro ponendolo nuovo e infantilito innanzi ai nostri occhi meravigliati di trovarsi al cospetto di un mondo vecchio e decrepito, improvvisamente ridivenuto fanciullo come per incanto, nella fase del primo sviluppo che va muovendosi e destandosi con quella goffaggine impacciata della gente che dalla lontana montagna scende in città per la prima volta, allucinata e sbandata.

Ecco Rousseau, un doganiere alle porte di Parigi, l’imbanbolato pittore che dopo i quarant’anni è assopito dalla ingenua mania di dipingere e, più che di dipingere, di rappresentarci un suo mondo tesseto di antiche e pallide fiabe, di remoti abitanti, di goffi e impacciati provinciali, il suo mondo.

Che cosa è stato scritto di Rousseau, cosa è stato detto? Non c’importa, paghi come siamo di esplorare da noi stessi l’irreale e suggestivo suo mondo lunare e ritrovarci alla sorgente fresca e cristallina per dissetarci in una vita sana, sia pure apparente, priva di smaliziate corrosioni interiori che logorano il nostro spirito, e degradano avvilendoci la nostra esistenza. E’ davvero per me,  questo mondo rappresentato dal doganiere, lo specchio di virtù a cui tutti dovremmo riportarci e,  guardata sotto questa visuale, la pittura di Rousseau, del povero doganiere, è grandemente e profondamente educativa.

Non si riscontrano violenze, passaggi forzati, sentimenti degli esseri e delle cose che non  inducano a pensare se non serenamente, moralmente, patriarcalmente. E questo è già di per se non solo tanto ma tutto, se si vuole badare anche al fine che l’arte ed ogni vera arte ha il precipuo scopo di conseguire.

Opere come la « Riunione di famiglia », « Bambina con bambole », « Nozze in campagna », « La carretta di papà Juniet », « La cascata », « Fiori nel vaso rosa », « Casetta in riva al fiume », « La sacra famiglia », sono più che rappresentazione di una realtà, perle vere della fantasia che tutto ha umanizzato e trasformato, tutto ha abbonito e moderato in una visione di voci sottomesse e timide. C’è addirittura il sogno più che una realtà sonnolenta che s’insinua in tutte le cose rendendole sazie di paga semplicità. Lo stesso colore, la tonalità raggiunte con abbondanza di impasti che pare avanzi colore, la luce, l’atmosfera particolare di ogni composizione pur senza urti di sentimenti, concorrono a costituire questo ingenuo e timido mondo.

Ed è in questo mondo che si agitano sentimenti più leggeri d’una piuma, più lievi di sottili, soffici, candidi e impalpabili fiocchi di neve.

Rousseau è per noi un allucinato, ma un allucinato cosciente. Dal fondo di quella semplice natura popolana, irrompe forte e sincera la certezza di un’arte ch’è sicura evoluzione pittorica, visione espressiva di un mondo nuovo da aggiungere all’arte di tutti i tempi per accrescerla di impensate umane visioni e nuovi valori.

 

Alfredo Entità

 

da  “ Giornale dell’Isola “  Catania  Venerdì 30 giugno 1950