1967 - CERAMICA TRIESTINA DI B. M. FAVETTA, Recensione

 

           Della ceramica triestina, occupandoci a più riprese della materia in varie occasioni, non avevamo né sentito parlare né letto. Ci giunge quindi quanto mai opportuno lo studio « La ceramica Triestina » della dottoressa Bianca Maria Favetta edito, in ottima veste tipografica, dall’editore Giacometti di Verona, che tanto impegno ha posto nel pubblicare l’opera, assai dignitosamente rilegata, nitidamente stampata, corredata da belle illustrazioni a colori e in bianco e nero, abbondanti ( sufficienti a darci una nitida ed ampia visione del materiale preso in esame ) e soprattutto scelto con cura, utili a chi, per la prima volta viene a trovarsi dinnanzi ad una tanto inattesa novità, che ben accresce il campo delle conoscenze e allarga l’indagine in questa vastissima attività di « maiolicari » radicata nella nostra terra, ovunque sorta ed ovunque assurta a qualità e preziosità degne di rilievo, specie nel confronto con le passate civiltà dell’Oriente antico, della Grecia, degli Arabi e di quanti altri popoli e civiltà, specie di questo ultimo millennio, sono venuti a farsi le ossa ed a stemperare la loro sensibilità artistica ed il loro gusto estetico, nella nostra culla di civiltà antica e recente.

          Trieste, con una sua « ceramica » porcellanata, è per noi una acquisizione assolutamente inattesa, nuova. Da quanto ci risulta, la dott.ssa B. M. Favetta, ha dovuto affrontare fatiche non agevoli, come chi intraprende per la prima volta un cammino mai tentato, un inesplorato itinerario irto di pericoli e di imprevisti, frugando archivi studiando raccolte pubbliche e private di ceramiche e porcellane, spostandosi da una raccolta all’altra ubicate lontanissime dal centro di lavoro consacrato alla valorizzazione di tutto quanto sono le memorie patrie triestine, essendo la studiosa la direttrice e l’ordinatrice, la regista dei civici Musei di Storia e Arte di Trieste, che attiva e infaticabile studiosa,va ordinando metodicamente, accrescendone il materiale con le sue continue ed incessanti ricerche e rendendo vieppiù agevole il « cammino » di chi si accinge a visitare e studiare quelle raccolte museografiche.

      Forse quella della ceramica, era una autonomia che a Trieste, storicamente, mancava. E la dott.ssa Favetta, con impareggiabile amore e dedizione, ha voluto rimediare, colmare una tanta lacuna, svincolando la sua Trieste, prima in tante attività pratiche e dello spirito, da dipendente limitrofa o di regioni che da sempre hanno mantenuto un primato in questo campo esportando i loro prodotti finiti, ovunque richiesti ed a Trieste, per un certo tempo, in ben altri settori impegnata, in modo particolare.

     Ma alla dott.ssa Favetta sarà sembrato impossibile, inconcepibile che i suoi concittadini di ieri non avessero mai rivolto la loro attività in questa direzione tanto utile e bella sia per la vita pratica, funzionale, che per adornare case e cose di oggetti  che spesso concorrono a dare carattere ad un ambiente, a ridestarlo, a renderlo giovane e bello, ad elargire un sorriso di grazia.

     Nel nord, Bassano, Faenza, Urbino, Pesaro e altri centri detengono da secoli un loro indiscusso primato la cui notorietà e fama ha varcato i confini  saturata la letteratura artistica e alimentate collezioni pubbliche e private italiane e straniere che sono un po’ l’orgoglio di chi le possiede.

      Trieste, non poteva rimanere priva di questo ennesimo diadema tra i suoi tantissimi primati, e a cesellarglielo ha provveduto la dottoressa Favetta che di Trieste è la depositaria di tanta patrimonio culturale.

      Cosa esisteva da prima? Notizie vaghe, incerte, confuse: membra sparse in un unicum compatto e chiaro raggiunto dalla Favetta che con amore e pazienza ha ricomposto le errate e confuse notizie in qualcosa di organico, chiaro, discorsivo, suscettibile di ulteriori ricerche e di accrescimenti. E le va riconosciuto il merito di aver saputo frugare tra le carte di archivio, di aver saputo dare ordine e metodo alla materia e di aver drizzate le tante storture o deviazioni che anziché agevolare, sviavano le ricerche  incanalandole su sentieri errati. La via giusta è stata individuata, scoperta dalla tenace dott.ssa Favetta alla quale va certo la riconoscenza della cultura Triestina ed il nostro plauso incondizionato per aver allargato il campo di indagini della materia.

     Da notare l’appropriata aggettivazione, la terminologia strettamente tecnica da consumata studiosa della materia, la poeticità nel descrivere i vari pezzi studiati, nel cantare le umili cose e oggetti d’uso, conforto della nostra vita quotidiana, compagni della nostra diuturna e senza di essi monotona, disadorna esistenza. Cose, piccole cose, possiamo dire, che ci aiutano a vivere ed a farci anche apprezzare, amare, la vita.

      La metodica autrice, incentra il suo discorso iniziale sul Balletti che dà inizio e lustro alla ceramica triestina « senza » incerto periodo di apprendistato e di tentativi e ricerche. Ciò appare – scrive l’autrice – dalla finitezza, perfezione, preziosità degli smalti e delle forme rivelate da qualunque pezzo o oggetto tramandato. Niente dunque incertezze ma un inizio da esperti. Passa al suo successore Pietro Lorenzi che eredita, acquistandola la fabbrica del vecchio e intramontabile Balletti. Lorenz  pare abbia addentellati di sangue e di mestiere con le fabbriche imperiali di Vienna e Napoli ( Capodimonte ) e si estende sino a Nova ( Vicenza ) dove di recente nella statale di scuola, è avvenuto un incrocio di forme e di cromia della ceramica bassanese con quella calatina tramite il suo direttore, il calatino Andrea Parini passato dopo a Venezia, Padova, Gorizia. Dal Lorenzi si passa ai boccali di Tommaso Tath, alle manifatture di Mattia Filippuzzi e dei Santini-Sinibaldi, indi a Francesco Goi, coi quali si chiude la trattazione come limitata alle personalità di maggior rilievo e a coloro che piantarono in Trieste l’industria ceramica facendo assurgere a dignità  artistica e rifiorire sino a lasciare di essa  lustro e decoro in tanti oggetti d’uso e d’ornamento dove  al mestiere e allo smercio si disposò sovente il sentimento e la capacità creativa, la dignità artistica dell’oggetto artigianale pregno di gusto estetico e di sognante bellezza.

      Lavoro di pazienza e di impegno, d’assidua competenza, di metodicità e d’intelligenza, alle cui spiccate e sentite qualità devesi aggiungere la passione, l’entusiasmo, l’amore per le cose e fatti della propria culla natale, elementi plurimi codesti di cui la dottoressa B. M. Favetta è largamente e abbondantemente dotata.

Alfredo Entità